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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


22 settembre 2015

Tecnica e sinistra

Partiamo dalla sconfitta della sinistra, in Italia e in Europa. Nella speranza di coglierne le svariate ragioni. A me interessa soprattutto la sconfitta culturale, ideologica, che fra tutte è la peggiore perché mina le prospettive, chiude il quadro. La cultura fa epoca, l’ideologia è la cornice di ogni progetto. Non è vero, dunque, che siano finite le ideologie: senza di esse non esisterebbe progetto e non saremmo in grado di presentare e ‘anticipare’ alcunché, cercando attorno a queste scelte il consenso. Diciamo che nel deserto delle ideologie, nel velo funebre che sembra aver bruciato ogni competizione culturale, una in particolare sembra sopravvivere, anzi trionfare su tutte le altre, ed è la tecnica. Non confondiamola con le tecnologie, che sono solo la base materiale e produttiva su cui la tecnica stessa ha posto radici e si è insediata. Un I-phone, in sé, non sposta nulla a favore di nulla. Così la rete. Ma entrambi sono il fondamento di una grande e massiccia operazione culturale, per la quale tutto ciò che è ‘politica’ (dibattito pubblico, partecipazione, rappresentanza, opinione pubblica, in breve democrazia) è superato e deve essere rigettato. In nome di un agire pragmatico, risolutore, orientato ad affrontare i problemi con ‘competenza’ e abilità, innescando la ricerca della soluzione possibile, l’unica tecnicamente efficace, quella che fa davvero quadrare il cerchio, non altre. La democrazia, le istituzioni rappresentative, diventano perciò zavorre che affondano sotto il peso di opinioni discordi, capziose, formalistiche, che rallentano l’iter, appesantiscono le procedure, producono ‘burocrazia’, lentezza, la famosa ‘palude’. La tecnica esalta invece quello ‘bravo’, il tecnico appunto, quello fuori dalle ‘parti’, il non partigiano capace di scovare la soluzione senza essere ‘condizionato’ dalla politica. La tecnica ne esalta la ‘obiettività’, il possesso pieno dei mezzi ‘risolutori’ contro la sciocca insipienza della politica. Il tecnico non si perde nei vicoli della democrazia e della ‘politica’, ma segue gagliardo la main street e punta a conseguire con risolutezza l’obiettivo, proprio perché non appare zavorrato dalla partigianeria e dall’essere di parte. La tecnica, questa ideologia, è perciò la vera nemica della politica e, quindi, della sinistra che promuove, invece, partecipazione democratica e concerto delle opinioni.

La tecnica è finanza, comunicazione, dispositivi. È la promozione degli apparati invece che degli uomini in carne e ossa. È la riduzione a ‘numeri’ della vita umana. È l’idea che le cose (merci, beni, oggetti tecnologici) siano più importanti delle persone. È il vero riflesso culturale della prassi neoliberista, e riassume in sé a pieno quella ideologia, la completa, la fa culminare, la rende perfetta. Se l’ideologia liberista, la sua narrazione, racconta un mondo di donne e uomini sottoposte crudamente agli appetiti dell’economia, la tecnica appare, invece, con un volto più umano, perché nasconde lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e ‘narra’ la sola patina di efficienza, i soli apparati, i dispositivi, gli oggetti tecnologici più avanzati. Antepone la lucentezza delle cose alla sofferenza dell’umano, e diviene accettabile così anche per gli ’ultimi’, anzi soprattutto per loro, per chi ne resta di più ‘incantato’. Immaginiamo la potenza della comunicazione, il suo proporsi come dispositivo risolutore ben più di una lunga discussione, di una faticosa mediazione, di un dibattito, di uno sforzo partecipativo. Ecco questa ‘sirena’ ha conquistato il ceto politico, sinistra compresa, che motiva ormai le sue scelte anteponendo i congegni comunicativi alle libere opinioni, il miracolo di una narrazione efficace alle faticose traversate nel deserto. La tecnica s’è mangiata la politica, se l’è divorata. Anzi: la ‘logica’ della tecnica (e dunque della comunicazione) ha preso possesso della logica politica, si è sostituita a essa. E a resistere a questa chiamata si fa sempre più fatica. È come se un’intera umanità (grosso modo quella a cui guarda la sinistra dal punto di vista degli  ‘ultimi’) fosse prigioniera di congegni e dispositivi, come se i numerini della finanza e dell’economia avessero scalzato del tutto il pathos della lotta politica. Piccola politica, al massimo, quella che sale al proscenio. Cifre, percentuali, linee di tendenza, digitalizzazioni, tabelle, scansioni: la politica oggi ‘narra’ storie di marca pubblicitaria ma sottintende il peso e il vaglio di una miriade di dati che affluiscono nei display di chi tira le fila. Non sono i ‘numeri’ il problema, né i congegni, né la tecnologia materiale, ma il potere che hanno e l’ideologia che li esalta, ovviamente.

Quando si dice che Renzi (e prima di lui Berlusconi) ‘sanno comunicare bene’, è come se si dicesse che hanno venduto la loro anima alla tecnica e alla comunicazione, affidando il loro destino politico a questi congegni e ai comunicatori che li manovrano. È ovvio che la politica è sin dalle origini linguaggio, espressione, tecnologie di comunicazione, agonismo legato a dialoghi e dibattiti. Ma qui siamo ancora alla strumentalità del mezzo. Oggi i comunicatori si siedono al tavolo con dirigenti e candidati politici, fissano i paletti, suggeriscono la linea da seguire, spiegano che la distinzione destra-sinistra (per la tecnica) non esiste più, si tratta al massimo di ‘posizionamento’ sul mercato, come per i vecchi formaggini o per le lavatrici. Certo, gli uomini politici accorti, che ancora tengono alla loro autonomia, ribattono a queste pretese anche per questioni di dignità, se la parola ha ancora un senso. Ma nella massima parte dei casi, ci si affida alle agenzie (oppure, in altri campi, al esperto di marketing, di finanza o al sondaggista). E le agenzie svariano da un fronte politico all’altro, veri e propri intellettuali ‘disorganici’ del neoliberismo trionfante. Senza appartenenza alcuna se non quella al fronte egemone. La ‘logica’ tecnica trionfa: la politica ha ceduto autonomia, si è posta alle dipendenze di questi agenti dello status quo, di questi nuovi chierici. I quali nemmeno hanno necessità di ‘schierarsi’, basta loro seguire i protocolli tecnici e le regole del mestiere per assumere il controllo della situazione dinanzi a una classe politica delegittimata e spaesata. Renzi è il politico che più di altri in Italia si è affidato alla comunicazione, facendone un’arma micidiale. Ma più di altri, ben più di Berlusconi, ha sviluppato l’ideologia della tecnica (in quanto ideologia pura) alle cose della politica, neutralizzando o tentando di neutralizzare le procedure istituzionali (a partire dal Parlamento), la loro presunta ‘zavorra’, criticando la presunta ‘palude’, identificandola tout court con la democrazia rappresentativa e le sue procedure. “Alla fine si deve votare” è l’estrema considerazione che non indica soltanto la necessità che il dibattito sfoci in una decisione, no. Specifica, se non fosse chiaro, che contano solo i numeri, gli schieramenti, i rapporti di forza puri, i tempi ridottissimi del si-no, e non la chimica della democrazia, il suo essere conflitto reale, di donne e uomini, che (almeno all’interno del proprio stesso schieramento!) giungono a un punto alto ed efficace di mediazione. La tecnica è digitale, uno-due, on-off, non ammette soluzioni intermedie, umane troppo umane. Implica il salto, lo ‘scatto’, trasforma la democrazia in un ‘votificio’, nello stesso istante in cui accusa gli altri di voler votare ‘troppo’ (Renzi e la sua metafora del ‘Telegatto’, per dire).

Che fare? Resistere, in primo luogo, a questo dilagare della tecnica. Non è vero che essa sia un fatal destino, è semplicemente un’ideologia al servizio delle classi al potere, e dunque storicamente superabile. Resistere e frenare, almeno agli inizi. E poi riproporre la logica della politica, della democrazia, che è la stessa logica della sinistra occidentale: la partecipazione, la rappresentanza, la forza delle istituzioni democratiche, la riduzione dei dispositivi a mezzi, il conflitto e poi la mediazione, lo schierarsi, lo scontro delle opinioni, la partigianeria, la differenza, l’umanità degli ’ultimi’. La tecnica, la sua ideologia, è la peggior nemica di chi voglia diffondere consapevolezza democratica e partecipazione. Nemmeno la vecchia propaganda giungeva a tale ‘trionfo’. Oggi il destino della politica, e dunque di milioni di persone, dipende quasi unicamente dalla sapienza nel fare annunci e nel calibrare le strategie di comunicazione, dalla percezione che si ha delle cose, dall’abilità a disorientare, distrarre, dall’uso tecnicamente efficace delle regole della narrazione, dalla ‘qualità’ di quest’ultima, dal ‘raccontare storie’, appunto, che è sinonimo di ‘dire menzogne’. Più in generale si tratta di liberarsi, davvero, dai lacci e lacciuoli delle ideologie che raccontano un mondo diverso da quel che è. Che appiattiscono le opinioni a una, che presentano la partigianeria e gli schieramenti come ‘male’ e, dopo aver fatto cruentissime battaglie ‘comunicative’, sono comunque pronti ad ammassarsi in larghe intese istituzionali. La tecnica tende a ‘unificare’ nel modo peggiore: ‘ammassa’ appunto, mostra soluzioni uniche, neutrali, oggettive ai problemi, pensa i dibattiti come chiacchiera, i contraddittori come trappole, le interpretazioni come diaboliche, irrealistiche, paludose. La sinistra recuperi questo senso del ‘conflitto’ che sembra ovattato dal caos mediatico. Rimetta al centro le donne e gli uomini, non i beni inanimati e le merci. Ci restituisca i partiti, quelli veri, e rimetta al centro le istituzioni. Tolga di mezzo la plastica che ha avvolto le nostre coscienze, ci restituisca al conflitto politico e alla partecipazione. La mia è solo un’indicazione di lavoro, ovvio. Perché un cellulare è uno strumento, non un idolo. La logica della tecnologia è roba da ingegneri e periti, non da uomini politici. A cui spetta invece dare voce agli ultimi, rappresentarne i problemi, puntare a modificare gli assetti di potere armati di un progetto e di proposte specifiche, non pendere dalle labbra di un comunicatore tal quale. Altrimenti cadremo vittime di un paradosso, che avrà poco a che fare con la democrazia: eleggeremo un certo candidato ma in effetti sarà un altro a governare, quello che era apparso poco ‘comunicativo’, e dunque ineleggibile. Avverrà, o forse questo scambio, questo tragico sdoppiamento è già avvenuto.



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12 marzo 2014

I partiti e il deserto

           

Oggi, a essere dialettici, si rischia l’emarginazione. Perché c’è una sola parola d’ordine: fare. Una sola direzione, quella verticale. Un solo istituto politico, il governo. Un solo comando: decidere. È la logica aziendalista introdotta in Italia da Berlusconi. È l’ideologia del Porcellum e del premio di maggioranza: datemi un aiutino, datemi un Parlamento a tappetino, e vi solleverò il mondo. Anzi, faccio gol, direbbe Renzi. Pochi vedono il punto vero (tra costoro uno era ed è Bersani). Ossia che questa ‘democrazia’ è ormai monca di partiti, e le sue istituzioni sono involucri, dove si agitano clan e capibastone, non più gruppi parlamentari o rappresentanti del popolo. Questa è stata la metamorfosi, prodotta dal ventennio e ora assimilata anche dal PD renziano e dalla sinistra. Il percorso è netto: dalla democrazia rappresentativa a quella dei clan; dalle istituzioni democratiche ai consigli di amministrazione; dalla politica come partecipazione orizzontale all’idea che il Governo sia tutto, e sia solo, e tutto si decida lì. La legge elettorale non è più lo strumento tecnico per garantire la rappresentanza e consentire una decisione ponderata, no. La legge elettorale è solo il grimaldello per scavalcare la rappresentatività, per ‘allisciare’ il Parlamento, rendendolo domestico al Governo. Un parlamento di fedeli, di olgettini, ma spesso di infidi depositari del voto segreto nell’urna. Un sottobosco di clan, non più l’Aula dei gruppi parlamentari. Ormai il danno è fatto. E tra un po’ sarà necessaria una legge elettorale ancora più ferrea di questa. Vedrete.

Dove nasce tutto? Dalla fine dei partiti. Anzi dalla strage dei partiti, a cui hanno concorso i partiti stessi, il tangentopolismo, il giustizialismo, la mitizzazione della società civile, la comunicazione-politica, il ventennio berlusconiano, il grillismo, il renzismo. Tutti ingredienti che, miscelati, sono stati una bomba dilaniante. Perché senza i partiti è il deserto (è sotto i nostri occhi!). Nessuno organizza più il consenso, né la politica locale, la partecipazione a tutti i livelli, lo stesso lavoro parlamentare, che diventa una specie di Vietnam quotidiano. Per creare adesione e fidelizzazione a questa o quella fazione ci si è illusi bastasse la TV o la Rete. Sbagliato. La TV e la Rete creano individui isolati che cliccano ‘si’ o ‘no’, ma sempre più spesso ‘non so’. Punto. Non cittadini che vogliano argomentare e contare sul piano della partecipazione effettiva, personale e consapevole. Un errore che perdura ancor oggi, peraltro, nel regno di Frenzie. Il quale ha costruito la sua fortuna demolendo consapevolmente l’ultima colonna del partitismo, il PD, trasformandolo in una specie di discoteca o in una loggia massonica (dipende dal punto di vista). Nel deserto dei partiti cresce così il deserto della politica. Non c’è più amalgama (non solo nel PD, come diceva D’Alema, ma anche nel resto del sistema politico), non c’è più comunità, né tenuta o coesione. Tutti contro tutti, cogli schieramenti che si modificano in corso d’opera e da un momento all’altro. A sorpresa.

Grillo è il primo frutto del senza-partitismo. Nasce perché tra la politica e la società c’è un abisso, che nessuno ricuce più. Perché tra le istituzioni e i cittadini ci sono solo i tre tenori Berlusconi-Grillo-Renzi, null’altro. Eppure anche Mussolini, un dittatore, aveva un partito forte per organizzare il consenso, e non solo l’Istituto Luce. Anche le dittature necessitano di un apparato, di organizzazioni (non democratiche, ovviamente). E forse tanto più! Non regge, non può reggere, un governo solo verticale, solo piantato a Palazzo Chigi, ridotto a potere puro e stanza dei bottoni. Prima o poi, dinanzi alla scarsa tenuta sociale e politica (su cui la suddetta stanza dei bottoni è impotente), serve un indurimento, serve un tallone di ferro. Le nostre sono società complesse, dove il consenso e la tenuta debbono essere organizzati culturalmente e politicamente dalle fondamenta, altre che tweet mattutino. La legge elettorale con premio non è la soluzione, è semmai l’effetto perverso, la soluzione finale di un clima non più rappresentativo da tempo. A forza di premi e di coalizioni forzate, la rappresentanza (che è anche il sentirsi rappresentati per davvero da parte dei cittadini) si cancella. Attraverso questa cancellazione passa il grillismo, che è figlio naturale della fine dei partiti. La DC, nei suoi 50 anni di governo (governo vero, mica chiacchiere come oggi), non temeva il proporzionale, perché anche il proporzionale va bene, funziona, se il sistema dei partiti risponde positivamente, è conservato e curato. La continuità di una classe dirigente rappresentativa non dipende dalla frequenza con cui cambiano i Presidenti del Consiglio, se la politica c’è. Se il Parlamento non è un Vietnam. Se le commissioni parlamentari funzionano. È questo il punto.

Il compito essenziale, oggi, non è quindi verticalizzare sempre di più, esaltando oltre misura il ruolo del Governo e quello dell’uomo solo al comando. Al contrario. Il compito è ricostruire pian piano l’asse orizzontale del diagramma politico, la rete delle organizzazioni, il tessuto connettivo che tocca la base della cittadinanza e legittima le istituzioni rappresentative. Renzi è sciocco se pensa di governare il Vietnam con il Vietnam. E il brutto è che il suo ‘fare’, la sua fretta, stanno facendo il deserto, creando una sorta di irreversibilità sempre più marcata. Renzi crede che il giorno in cui il premio di maggioranza gli consegnerà la stanza dei bottoni, un Parlamento stremato, balcanizzato ma alla sua mercé, con l’isolamento finale dei grillini, lui potrà governare con le mani libere. Si accorgerà che non è così. Che il punto non era mettere lo scettro in mano al Principe, ma fare in modo che quel Principe avesse ancora dietro di sé una nazione, un popolo, uno Stato, una coesione, una comunanza. Che oggi non vedo più. Il Porcellum e i suoi derivati italici non garantiscono nulla di tutto ciò, semmai consegnano al pilota una macchina senza benzina e pure male assemblata. E il grillismo proprio di questo scollamento vive, di questo governo senza popolo, di queste istituzioni deflagrate, di questi partiti che sono soltanto un’accozzaglia di clan ad assetto variabile e pure male assortiti. Bersani torna a parlare. Ed è un bene per tutti. Ma non è assurdo che si dovesse aspettare lui? E i problemi macroscopici che ho descritto, possibile che fossero ignoti a tutti gli altri? Possibile che al deserto di Renzi si risponda con un altro deserto, il nostro?


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5 settembre 2012

La trasparenza

Le primarie gettano veleno nella contesa politica. Lo si legge sui giornali, lo si vede nel dibattito politico, ed è il registro su cui si sta stabilizzando la discussione pubblica almeno in questa fase. Ha voglia Bersani a dire che il punto vero, dirimente oggi è il lavoro. Tutt’attorno si parla d’altro: presunti patti tra maggiorenti, dimissioni richieste o negate, rottamazioni, sondaggi riservati, primarie aperte o chiuse, scenari di ogni risma. Non è un bel vedere, e i giornali (tipo Repubblica) ci inzuppano il pane, così come Renzi ci sguazza allegro. Ora, per dire della confusione che si respira, è uscito questo sondaggio ‘riservato’  dove Bersani è dato al 40%, Renzi al 28%, Vendola al 25%. Con un unico dubbio non chiarito: trattasi di sondaggio ‘aperto’ o ‘chiuso’? Sono stati interpellati anche gli elettori di centrodestra? Perché se è così lo si dica. Lo spieghino soprattutto i giornali (La Stampa) che citano queste percentuali come se fossero le tavole della legge. È chiaro che nel caso di primarie aperte non vincerebbe il ‘cittadino’, la gggente, il popolo delle primarie appunto, ma l’inquinamento, l’opacità, la trasparenza, il sotterfugio. Non si capisce perché il candidato premier del centrosinistra debba essere scelto dagli elettori ‘dello schieramento a noi avverso’, come diceva quel tale. Non è una contraddizione insuperabile?

 

Ora, il più bel dono che si possa fare a un cittadino è proprio la trasparenza, l’idea e la pratica di scelte fatte alla luce del sole, nella chiarezza reciproca, secondo presupposti netti ed evidenti, così da consentire il controllo collettivo e democratico sulle decisioni che vengono intraprese. Prima ancora di essere ‘procedura’, la democrazia è trasparenza. Tanto più quella rappresentativa che si inscena nei Parlamenti, dove i riflettori della opinione pubblica e dei giornali sono inderogabilmente puntati. Meno in una democrazia senza partiti, dove immagino una grande caciara di tribuni chiacchieroni e di proposte senza controllo e termini di riferimento, con mega votazioni ad alzata di mano o referendum ad ogni sospiro. L’importanza dei partiti si accresce soprattutto in una civiltà moderna, complessa e popolosa come quella contemporanea. Partiti, rappresentanza, istituzioni rappresentative, elezioni secondo regole, restano una garanzia di chiarezza e di trasparenza riguardo le parti in campo, come non lo sono le maggioranze imprevedibili e variabilissime della democrazia diretta e di elezioni che sembrano più che altro ammassi elettorali di schede di indubbia provenienza.

Detto ciò, le primarie ‘aperte’ sarebbero (sono) l’acme della opacità. Incerte e indeterminate nelle dimensioni effettive del suffragio, ci consegnano un risultato falsato e fuori controllo, con la scusa di sentire il parere della gggente. E non c’è niente di peggio, a livello democratico, della mancanza di controllo. E di cittadini ridotti al rango di massa di manovra di qualche ambizioso che commisura le regole e i principi alla propria convenienza.

 

Nella foto, un gazebo di primarie aperte


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11 luglio 2012

Quisquilie

 

Ora, nessuno nega che Monti sia meglio, molto meglio di Berlusconi, e che il PD contribuì decisamente al passaggio dall’uno all’altro. Ciò detto, trasformare Monti in un vessillo, dichiarare la sua insuperabilità, incorporarlo alla ‘natura’, dargli una sembianza di ‘pietra’ angolare mi pare eccessivo, anzi ridicolo. Tale è questo affannarsi di uomini politici eletti dal popolo nel dichiarare la marginalità della politica stessa (e dunque la loro!), riducendo tutti (dai partiti, ai dirigenti e finanche alla stampa) al ruolo non eccitante di claque. Si sa che nei teatri, quando non si annuncia un pienone e c’è il rischio di un flop, si distribuiscono biglietti gratis o a basso costo per garantire comunque una sala piena o quasi. È umano e comprensibile. Non è affatto giustificato, invece, che in assenza di consenso, la democrazia divenga una specie di claque a comando. Il consenso è una cosa seria, non una carabattola. Per il consenso si mettono in campo i più squinternati piani di marketing pur di vincere le elezioni. E magari lo fanno quelle stesse persone che ti dicono, poi, di assentire “senza se e senza ma”.

Giorgio Tonini è uno di questi fenomeni. Fa politica, viene eletto dal popolo, siede in Parlamento, parla a nome di qualcuno, ha in dote un consenso personale, ma poi decide di sedersi in un angolo, aprire uno strapuntino, innalzare la bandierina ‘Viva Monti’ e chi s’è visto s’è visto. Non solo. Da quel nitido e panoptico punto di osservazione (lo strapuntino, appunto) si mette pure a dare lezioni agli altri, che magari sono seduti in prima fila, rimproverandoli di ‘sdirazzare’ troppo e di concedersi a discussioni e critiche inopportune: quisquilie, avrebbe detto Totò. Di più: a emergenza conclusa, si dovranno consegnare per sempre tutti i bicchierini al cucuzzaro di turno, sedersi con comodo in un angolo, intervenire a comando quando il direttore farà un cenno, e ritenere perciò la democrazia (la critica, non solo il consenso) uno sciocco arnese. Ma vedrete, gli stessi che oggi vi bacchettano per troppo ardire democratico, domani nell’assemblea del PD vi diranno di essere grigi burocrati perché non volete le primarie ‘senza se e senza ma’. Il prossimo che dice ‘senza se e senza ma’ lo metto a sedere sullo strapuntino di fianco a Tonini. Poi mi racconta.


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8 marzo 2012

Montismo

 

Lasciamo andare i ragionamenti sull’opportunità di prolungare ad libitum l’esperienza del governo cosiddetto ‘tecnico’, costringendo la politica e i partiti nel vicolo cieco del cosiddetto ‘montismo’. Il punto è anche un altro. Secondo voi, è possibile che la luna di miele di Monti (e dei suoi ministri) nei confronti dell’elettorato possa prolungarsi sino a primavera 2013, e poi persino oltre (a sentire Letta e Casini), riproponendo nel frattempo il ‘montismo’ in tutte le possibili salse locali (Comune di Roma o Regione Lombardia, per dirne soltanto due)? La cosa peraltro appare ancor più complicata, perché dal 2013 in poi, candidando Monti a prolungare la sua esperienza attuale, il governo dovrebbe essere senz’altro un po’ più ‘politico’ dell’attuale, meno tecnico, proprio perché frutto di un progetto dei partiti, e non più pura scaturigine emergenziale prodotta dalla crisi del debito. Questo è il nodo. Il ‘montismo’, assunte queste considerazioni, si rivela immediatamente per quel che è: ideologia, viatico per la formazione di un ‘gruppone’ centrale (dalla destra del PD alla sinistra del PDL) con l’ambizione di gestire il Paese, e un po’ meno di cambiarlo. Gattopardismo. Riduzione delle scelte a una soltanto, dunque a nessuna.

Dopo Monti tutto non sarà più come prima? Che vuol dire, che dobbiamo rassegnarci a essere sempre più ‘neutralizzati’? Sempre più depoliticizzati? Senza più cuscinetti istituzionali, mediazioni politiche, negoziazioni alte, ma solo colpi di randello sulla società? Può andar bene per un po’, quando il baratro della crisi si spalanca. E Monti sta svolgendo molto bene un compito funzionale e adeguato al contesto. Ma non può trasformarsi in un ‘progetto’: vivere col baratro davanti sarebbe davvero disdicevole. Sarebbe per lo meno ‘pessimista’, ha detto a ragione D’Alema. Il conflitto serpeggiante tra ‘tecnici’ e ‘politici’, poi, è già un problema oggi, sarebbe meglio non prolungarlo sino alla rottura. D’altronde, questa è una Repubblica Parlamentare, almeno sinché una riforma istituzionale non la trasformerà in un’azienda o in un centro studi.

A questo proposito, l’atteggiamento di Alfano ieri, che ha disertato il vertice, è stato stucchevole, e ha smascherato la strumentalità dell’appoggio a Monti di Berlusconi, che sostiene il premier quando si parla di articolo 18, ma si defila quando l’argomento è la Rai oppure la giustizia. I ‘montisti’ non penseranno mica di ridurre la prossima legislatura alla questione dell’articolo 18 o all’ennesimo inasprimento sulle pensioni? Il governo è una cosa più articolata delle strumentalità tipiche della destra. Così pure ha sbagliato il ministro Riccardi nel dire che “questa politica fa schifo”. È voce dal sen fuggita. La politica non fa schifo, anzi è l’unica opportunità che hanno i cittadini di salire alla ribalta e partecipare con la propria opinione alla gestione della cosa pubblica. La tecnica dà voce alle élite, mentre il resto della società può solo rispondere ai sondaggi di Mannheimer. Quello che fa schifo è questo bastonare i partiti e la politica, per caricare le oligarchie di ulteriori poteri. Come se già non ne avessero abbastanza, come se da ciò non dipendessero i problemi di questi decenni. La democrazia, alla lunga, è un’altra cosa del corto respiro tattico di taluni.


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28 febbraio 2012

La politica del cortile

 

Il territorio è la croce e la delizia della politica odierna. Si presenta talvolta come una delle nuove ‘contraddizioni’ fondamentali (come scrisse Bonomi sul Messaggero) e, dunque, come un terreno fertile di ricerca e modernizzazione politica. Mentre, in altri casi, è nulla più che il cortile dove si esercita una comunità chiusa e anarchica nello stesso tempo, in totale asincronia con quel che accade nel grande teatro-mondo. Se la “città infinita” dell’hinterland milanese corrisponde al primo caso, suscitando fecondi interrogativi e proponendo sfide serie ai sociologi e alla politica, la Val di Susa appartiene tremendamente al secondo caso. Ne ha scritto anche oggi Carlo Galli su Repubblica per evidenziare la tragica contrapposizione tra una politica democratica e una politica locale, ultra-conflittuale, sorda a ogni cosa che non sia l’interesse dei valligiani e quello che lo stesso Galli definisce con arguzia ‘l’ecologismo in una sola vallata’.

A me preme sottolineare un altro aspetto. C’è la politica generale e c’è quella del ‘territorio’. La prima ha il compito di ampliare i confini, fissare indirizzi comuni, travalicare la staccionata dei propri cortili in nome di una visione nazionale e, oggi, di scala almeno europea. La seconda, ha lo scopo di dare voce, rappresentare, aprire canali di partecipazione tra la situazione locale e quella più ampia. Se questa seconda non esistesse, verrebbe a mancare quel punto di vista ‘particolare’, che rende la visione del governo nazionale meno miope e meno astratta (e dunque inefficace e impopolare). E soprattutto, consente la messa a punto di canali di partecipazione e di controllo doverosi ed essenziali dal punto di vista democratico.

Che succede, invece? Che il senso del ‘cortile’ tende a prevalere su quello ‘generale’, anche quando le procedure democratiche si innescano nel modo dovuto (e si immagini quando la politica democratica sconta una crisi!). Succede che la politica ‘locale’ diventa essenzialmente rivendicativa, e soffia sul fuoco del risentimento ‘particolare’ e degli interessi ristretti soprattutto per ragioni di rude consenso. Che il ‘cortile’ produce in special modo ‘sindacalismo’ piuttosto che ‘politica’ effettiva, negoziazione invece che progettualità. La politica di cortile quasi sempre spacca in due anche i partiti e trasversalmente l’intero quadro politico. Se c’è da difendere un interesse locale (dal quartiere all’area vasta), è possibile che scatti l’iniziativa bipartisan dei notabili, si attenui perciò la differenza tra i partiti, e la politica sia messa tra parentesi sinché prevalga la pura rivendicazione dello status quo locale e la difesa lobbistica degli interessi più ristretti e personali.

Questo, tra l’altro, sta proprio succedendo in Val di Susa. Che oggi è il simbolo vivo di che cosa potrebbe accadere se una nazione oppure un ambito ancor più ampio dovessero frantumarsi in tante piccole patrie chiuse, risentite e riottose. Cortili, patii, steccati, condomini che si azzuffano, rivendicando ognuno la propria superiore ecologicità rispetto agli altri, scalciando via i problemi oltre la propria palizzata e rigettandoli in quella altrui. E poi non si capisce perché un treno destinato a unire città e Paesi possa un giorno essere utilizzato anche dagli abitanti della Val di Susa, ma non debba passare pure in casa loro. Comodo. È ben più della sindrome nimby. È la politica democratica, sono le visioni generali che vengono minacciate o spazzate, quando invece andrebbero sviluppate con vigile attenzione al ‘locale’ ma con efficacia sempre più alta.

(Ovviamente, siamo vicini alla sorte del giovane precipitato dal traliccio e speriamo vivamente nella sua piena ripresa. Forza Luca!)


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24 febbraio 2012

Win for the seat

 

Oggi Ainis sull’Espresso ci spiega che la democrazia senza i partiti non solo è possibile, ma sarebbe persino auspicabile. Come in Grecia ai tempi di Pericle. La Grecia di Pericle e l’attuale mondo globalizzato abitato da sette miliardi di persone, di cui la metà circa affamate: ecco un paragone calzante, non c’è che dire. Più o meno la differenza che c’è tra l’assemblea di caseggiato e il consesso dell’ONU. Che una tale amenità possa affermarla l_antonio, passi. L_antonio è anche un bontempone. Che lo dica un professorone con tanto di tribuna sull’Espresso, è mortificante. Povera Università. E quale sarebbe l’alternativa alla democrazia rappresentativa e alla sua complessità, oltre al sorteggio tipo ‘win for the seat”? Secondo Ainis le liste civiche (magari guidate da De Magistris o Alfano), i referendum (forse quelli che fioccano a decine e non raggiungono il quorum dopo che si sono spesi molti, ma molti soldi pubblici per metterli in cantiere), i social network (a colpi di I like?), il popolo viola (e di tutti gli altri colori possibili). Da rabbrividire.

Ainis riporta i dati di un sondaggio Demopolis sempre per l’Espresso, secondo cui solo l’8% degli italiani avrebbe ancora fiducia nei partiti. Se così fosse, sarebbe anche per l’inevitabile effetto di un bombardamento quotidiano antipartitico: i più grandi gruppi editoriali italiani impegnati nel settore stampa (mi limito a quello), ossia RCS e Repubblica-Espresso (più gli immancabili giornali di famiglia), non passa attimo che non menino fendenti ai ‘partiti’ (i partiti? quali? si chiedeva oggi Prospero su l’Unità). Si tratta di una sorta di monopolio antipartito dell’informazione che richiederebbe l’intervento di un apposito antitrust. Altro che partitocrazia.

Quello che dovrebbero spiegarci, invece, i teorici della politica, i giuristi, gli scienziati sociali, persino i giornalisti, è tutt’altro. Ossia che senza i partiti, le fazioni, le suddivisioni, i conflitti, le alternative, le opportunità di scelta, e senza le successive mediazioni, le negoziazioni istituzionali e i compromessi alti, non c’è politica, non c’è governo, non c’è democrazia. Al massimo un arrembaggio confuso al governo e alle risorse pubbliche, spartite in segrete stanze aperte soltanto alle lobby. La politica e la democrazia non sono un blob di cittadini gettati alla rinfusa in una piazza (elettronica o fisica, poco importa). Per ogni questione io devo avere delle alternative programmatiche davanti. Devo poter scegliere tra almeno due parti in conflitto. Devo vedere rappresentate queste posizioni. Non posso decidere nulla di nulla se si cancellano queste ‘parti’ e questi ‘gruppi’ organizzati di destra e di sinistra, se il governo è un ammasso informe, se i colori diventano un ‘tecnico’ nero pece.

Gli esperti, i tecnici e le grandi coalizioni possono andar bene per una fase critica, delimitata e ben circoscritta obiettivamente (è il caso di Monti) ma non possono tramutarsi nell’ennesima ideologia partitocratica (ecco il paradosso). Perché il presunto tecnocrate, oltre un certo limite, diventa ostaggio inconsapevole proprio dei partiti più scaltri e più “antipartitocratici”. All’ombra del professore, dopo un po’, torna ad allungarsi lo spettro del ceto politico, quello peggiore, quello falso, quello travestito da ‘società civile’ che non muore mai. Viola o giallo che sia.

Nella foto, la scheda elettorale. Il PD è quello in alto a sinistra.


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permalink | inviato da L_Antonio il 24/2/2012 alle 11:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 febbraio 2012

La democrazia rappresentativa

 

È il terzo tentativo. I primi due Berlusconi li mandò entrambi all’aria in ‘zona Cesarini’. Stavolta che farà? La crisi dell’alleanza con la Lega lo spinge a uscire dallo splendido isolamento in cui si troverebbe se continuasse a vigere il Porcellum. Per questo cerca più del solito una sponda per modificare il quadro. Ovviamente, ogni qualvolta il PD entra in gioco su temi così scottanti, si grida all’inciucio. Perché l’inciucio? Solo perché se ne parla, tutto qui, solo perché si tenta di trovare il bandolo della matassa di una partita difficile e complicata. Se ne parla alla luce del sole, tra l’altro, senza ombre se non quelle evocate da taluni come un mantra. Prima di approdare in Parlamento con un disegno di legge, si potrà almeno trovare una cornice di discussione, fissare alcuni punti, definire criteri e indicazioni di massima? Oppure si decide di giocare a moscacieca, a tabù, a scarabeo, e vince chi indovina la riforma segreta? Una specie di lotto-riforma?

Nuovo patto della crostata? Ma se l’esito naturale di ogni ‘mediazione’ tra i partiti è comunque il Parlamento! Dove i nodi vengono al pettine. La scorsa volta la porcata di Calderoli nacque come colpo di maggioranza, come legge extraparlamentare: fu meglio così, almeno quello non fu un presunto ‘inciucio’, ma una ‘porcata’ appunto? Strano ragionamento. Non è forse meglio che i ‘grandi’ partiti si prendano le loro responsabilità (si chiama democrazia), fissino una cornice, interpellino a 360° gli altri, si apra una discussione vera (come già si sta sviluppando), l’opinione pubblica ne sia consapevolmente informata e possa giudicare, e si proceda seguendo l’iter tipico della democrazia rappresentativa? Qual è l’alternativa? Un tweet? Un post? Migliaia di ‘mi piace’ sotto uno schema di legge in rete?

Patto con Berlusconi? Ma quale? Oggi Berlusconi vorrebbe sedere al tavolo delle riforme proprio perché non ha interlocutori e deve comportarsi come un qualsiasi leader di un qualsiasi partito. Certo, se domani dovesse ristabilirsi l’alleanza con la Lega il primo a far saltare tutto sarà proprio lui, come al solito, e quelli che oggi denunciano inciuci saranno felici di tenersi l’attuale Porcellum, magari solo con qualche deputato in meno (tanto per ridurre i famosi ‘costi della politica’).

Noto anche nell’intellighenzia di sinistra un sempre più riottoso giudizio verso i partiti e la democrazia rappresentativa. Come se fosse possibile sostituirla, da domani, con tanti caucus, incontri di caseggiato, comitati di quartiere, consigli di fabbrica, post, flash mob, sms, email e chi più ne ha più ne metta. Come se migliaia di assemblee minute e di individui cinguettanti, senza nemmeno un soviet supremo a fare il punto, possano considerarsi davvero una democrazia governante e responsabile. Come se la comunicazione fosse la politica. No, non è così. Le procedure democratiche non sono soltanto un marchingegno che produce inciuci in aule sorde e grigie, ma sono la GARANZIA che via sia un dibattito alla luce del sole, un confronto equo, delle decisioni che rispettino davvero il principio di maggioranza. L’alternativa è il buio fitto sui percorsi decisionali, la sovranità in guazzabuglio, la dittatura del primo che si mette seduto sulla sedia.

Forse esagerò James Mill (padre di John Stuart) a definire la democrazia rappresentativa come “la grande scoperta dei tempi moderni”. E forse oggi, in epoca di rete e comunicazioni, il modello democratico deve comunque prevedere forme di democrazia diretta, che non si contrappongano ma integrino le procedure rappresentative. Pur tuttavia, quella affermazione di Mill contiene una verità. Di certo l’abbinamento tra modernità e democrazia rappresentativa è un dato importante. Inequivocabile. Spezzarlo avrebbe effetti devastanti sia per la politica sia per la nostra modernità.


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permalink | inviato da L_Antonio il 9/2/2012 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 gennaio 2012

Er Pomata e la democrazia

 

Se quelli di Occupy UniBo avessero chiesto a Napolitano un incontro, per parlare civilmente dei problemi legati all’Università, alla crisi, alla situazione mondiale, alla rivoluzione socialista, a cosa c’è dopo la vita, alle ubbie esistenziale, al senso del mondo, ecc., sono certo che il Presidente li avrebbe accolti e si sarebbe intrattenuto con loro comunque. Ma hanno preferito il solito carosello a uso media, la consueta rappresentazione teatrale, lo scontro con la polizia che faceva cordone, il gesto comunicativo-pubblicitario invece della discussione aperta e civile. E non si dica che quel centinaio di giovani (non ‘Bologna la rossa’ come hanno scritto i giornali di destra) andasse verso l’aula magna animata da illuminato spirito di dibattito. Perché una delle tre lauree posticce che avrebbero voluto consegnare a Napolitano era perché il Presidente avrebbe creato l’attuale ‘governo delle banche’! Una panzana così colossale non si è mai sentita, come dice Er Pomata in Febbre da Cavallo, da quando l’uomo ha creato il cavallo.

C’è un filo rosso che lega il vecchio movimento del ’77 (che pareva nato, tra l’altro, solo per dare giù al PCI) e gli odierni indignados, il grillismo, il populismo, i NoTav, i vari Occupy: ed è l’anticomunismo (lo dico con linguaggio antico), è il risentimento verso la sinistra, il ‘né-né’ che in realtà appare come una cosa molto affine alla destra populista, o piazzaiola, o teatrale, o mediatica. Né con lo Stato, né con le BR diceva Lotta Continua. Ieri era stridente il senso della parole di Napolitano con le panzane che si sentivano in strada. Tra i due linguaggi, all’apparenza, non c’è mediazione. Così come non c’era tra il vecchio PCI e i movimentisti colorati degli anni settanta. Asor Rosa parlò di due società. Forse era così. Almeno nel senso che stiamo parlando di due espressioni appartenenti a mondi distinti sia nelle tradizioni sia nei valori. Napolitano in aula magna ieri ricordava che ‘non c’è partecipazione individuale e collettiva efficace alla formazione delle decisioni politiche nelle sedi istituzionali senza il tramite dei partiti’. E poi: ‘Metto in guardia contro la pericolosità di reazioni, a qualsiasi provvedimento legislativo, che vadano ben al di là di richieste di ascolto e confronto e anche di proteste nel rispetto della legalità, per sfociare in ribellismo e violenze inammissibili’. Un messaggio chiarissimo e condivisibilissimo.

Oggi spezzoni diversi di società e di politica si sono quasi amalgamati, almeno culturalmente. Il disprezzo verso la politica e le istituzioni unisce pezzi di destra e di presunta sinistra. L’odio verso la cosiddetta ‘casta’ avvicina gli indignati ai populisti. L’antipolitica ha fatto breccia in entrambi gli schieramenti. C’è un’area diffusa ed eterogenea che ha perso riferimenti, e che veleggia ormai in un mare indistinto. I confini, in taluni settori, sono divenuti davvero flebili. Gli ideali sembrano un lusso. La politica, che è un fatto topografico, oggi è interpretata ‘cronologicamente’: oggi con uno, domani con l'altro, e chi s’è visto s’è visto. ‘Destra’ e ‘sinistra’, le categorie di cui la politica moderna non può fare a meno, sono sotto attacco: eppure le ragioni della destra e della sinistra (vedi primarie americane!!!) sono nette, distinte, chiarissime. Se ci sono giovani che non le vedono più, è perché hanno perso il gusto dello studio, il gusto di capire, di impegnarsi a capire. Il ‘teatro’ in piazza, i colori, la mediaticità vanno bene per l’estate romana, un po’ meno per cambiare le cose e trasformare la realtà. Odio gli indifferenti, diceva Gramsci. Indignarsi, scegliere l’antipolitica, chiamarsi fuori dalle istituzioni, odiare indistintamente i partiti è come scoprirsi indifferenti. In primo luogo al proprio destino: ‘Questo vorrei dire soprattutto ai giovani – è sempre Napolitano che parla -. Tra il rifiutare i partiti e il rifiutare la politica, l’estraniarsi con disgusto dalla politica, il passo non è lungo: ed à fatale, perché conduce alla fine della democrazia e quindi della libertà’. Chiarissimo, dove si firma?

Nella foto, Occupy Capannelle


9 gennaio 2012

Lottocrazia

C’è un solo modo per definire la proposta di Ainis (e di Calenda sul Foglio), ed è lottocrazia. Con l’idea di sorteggiare i nostri rappresentanti parlamentari, si tocca davvero il culmine del disprezzo verso le istituzioni democratiche. È come dare del veleno al malato, invece di una medicina. Il sorteggio, l’idea che chiunque possa accedere a compiti così impegnativi senza nemmeno un minimo di preparazione, è degna di uno sciocchezzaio. Nonostante ciò, proviamo a prenderla sul serio per metterne a nudo i limiti (anche e sopratutto) ideologici.

In base al sorteggio (gestito magari dalla SNAI?), non avremmo più dei candidati, ossia persone che in piena responsabilità siano disponibili a occuparsi del bene pubblico sottoponendosi al giudizio elettorale, ma gente che viene pescata nel mazzo, termoidraulici, elettricisti, macellai, braccianti lucani, casalinghe di Voghera, che sino al giorno prima si sono occupati (immagino con competenza) del loro mestiere e poi, d’amblais, si trovano a occuparsi di sofisticatissime questioni previdenziali, rischiosissime scelte di bilancio, delicatissimi problemi di politica sanitaria o urbanistica, magari del tutto digiuni di diritto e ‘anatomia’ istituzionale. Si tratterebbe, in sostanza, di una classe dirigente debole, incompetente o quasi, volenterosa forse ma inetta. Priva della scelta responsabile che compie un candidato: e si sa l’etica della responsabilità, la scelta di campo, l’idea di mettersi consapevolmente in gioco è tutto, quando si tratta di una forte democrazia rappresentativa.

Ainis dice che, grazie al sorteggio, il Parlamento sarebbe finalmente specchio della società, anzi l’essere uno ‘specchio’ sarebbe il vero obiettivo da conseguire. Ma quando mai? ‘Rappresentare’ non è ‘essere specchio’, ma è prendere voce ‘a nome di’, e se possibile essere migliori di chi stai rappresentando e della società che ti nomina. ‘Essere specchio’ presuppone l’idea che i rappresentati, invece, siano sempre migliori dei rappresentanti, ma non è affatto così. Anzi, il punto non è questo. Sia gli uni che gli altri sono un mix troppo umano di bene e male, di meglio e peggio, e il mito del bravo cittadino (e del buon selvaggio) contrapposto al cattivo politico appartiene di sicuro ad altri tempi e ad altri contesti. La casalinga di Voghera e il bracciante lucano (o la cuoca di Lenin) sono di sicuro ottime persone, che sgobbano e vivono profondi disagi sociali, e meriterebbero una classe dirigente e delle élite più preparate, ma non per questo sono il sale della terra, così come nemmeno una classe dirigente eletta per sorteggio è migliore in assoluto di qualsiasi società civile o (tradizionalmente) politica. Serve un ceto parlamentare (e politico) migliore, dunque, più preparato, e non la Sora Cesira al potere.

In verità, Ainis disprezza l’idea che la politica sia mestiere (professione), competenza ed esperienza. Magari preferisce che si costituisca come una pura attività aleatoria, naif, direttamente gestita dalla gggente (almeno per una delle due Camere, ma tant’è). Se questo fosse valido per ogni ambito sociale, da domani, dinanzi alla crisi della classe medica, potremmo decidere di nominare per sorteggio anche i chirurghi, o i dentisti, e affidarsi alla loro spontanea creatività e fantasia per un’operazione di appendicite o peggio. La classe medica non sarebbe più un ordine chiuso, ma uno ‘specchio’ della società. Estendendo il metodo potremmo pensare anche a giudici sorteggiati, così che potremmo sostituire le toghe rosse al potere e la giustizia sarebbe risanata, no? Ainis si farebbe operare da un chirurgo della società civile? Io dico di no. Perché un rappresentante del popolo non deve avere solo una bella faccia e tanta popolarità, ma deve capirci qualcosa di diritto, iter, meccanismi, regolamenti, procedure, e non dormire da piedi quando la questione diventa tecnicamente complessa. Altrimenti è massa di manovra in mano alle oligarchie, alle lobby, alle ideologie in voga, alla casta dominante, all’opinionista di turno. Non si tratta solo di dirigere un partito locale a livello volontario, ma di rappresentare popolo e istituzioni ad alti livelli. Il segretario di sezione lo può fare anche l_antonio, il parlamentare è cosa più delicata e complessa.

A questo proposito, ci chiediamo pure perché gli opinionisti siano sempre gli stessi. Perché anche qui non sorteggiare qualche opinionista naif, magari per leggere cose meno banali? E chissà che, in questo modo, non venga un giorno anche il turno dell_antonio, prescelto in qualche lotteria locale, pesca di beneficienza, bingo, tombola, bussolotto, e gli sia concesso anche solo per una volta di scrivere qualcosa sul Corsera o su Repubblica, al posto della casta diffusa dei soliti noti?

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